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Tanzania – Safari

Un leone mi ha cacciato su un albero, e ho molto apprezzato la vista dall’alto ” – Confucio

Indice

Introduzione

Prima di scrivere l’articolo che state leggendo, ho pensato a diversi aforismi per introdurre il racconto di quella che è stata la mia prima avventura nel continente africano. Ce ne sarebbero molti che avrebbero fatto al mio caso, probabilmente perché ci sarebbe anche tanto da dire. Alla fine ho deciso però di affidarmi alla saggezza di Confucio, capace di sintetizzare egregiamente in poche parole quella capacità di saper sorridere anche nelle difficoltà, che in Africa rappresenta uno degli aspetti più impattanti che ci si trova a percepire osservando la realtà del luogo. Una realtà talmente diversa da quella alla quale siamo abituati nei paesi industrializzati, da fare seriamente dubitare di essere sullo stesso pianeta su cui viviamo normalmente, mentre gli occhi vedono cose che la nostra mente associa al massimo ai documentari trasmessi in TV. Dai cosiddetti big 5 alle tribù dei Masai, dai tramonti rosso fuoco ai bambini che sorridono senza ragione, che ti fanno capire che forse, talvolta, siamo noi senza ragione a non farlo. Tutto si svolge “pole pole” (piano piano), perché tanto “Hakuna matata” (nessun problema).

Ho avuto la possibilità di visitare alcuni dei parchi più famosi della Tanzania ad Agosto 2022, in compagnia di colei che a distanza di un paio d’anni è poi diventata mia moglie (del resto, quale modo migliore di dimostrare reciprocamente il proprio amore, se non viaggiando insieme in mezzo ai leoni?), abbinando il Safari a qualche giorno di relax sulle meravigliose spiagge di Zanzibar, di cui parlerò in altri articoli. Il periodo scelto coincide con il migliore per visitare i parchi della Tanzania, oltre che per il clima secco e mediamente soleggiato, anche perchè è quello in cui avviene la cosiddetta Grande Migrazione fra il Serengeti e il Masai Mara, al confine col Kenya.

Documenti e vaccinazioni

Oltre al passaporto con una durata residua di almeno 6 mesi, per visitare la Tanzania è necessario il visto, che si può richiedere online sul sito ufficiale della Repubblica di Tanzania, al costo di una cinquantina di euro, oppure tramite assistenza da parte del Consolato Onorario di Milano aggiungendo una ventina di euro, con tempi di rilascio in entrambi i casi di qualche giorno.

Non ci sono vaccinazioni obbligatorie, ma per sicurezza abbiamo fatto tutte quelle consigliate sul sito della Farnesina:

  • Tifo, da assumere in pillole in 3 tranche e che dura 3 anni
  • Colera, che si prende come soluzione orale in due tranche e dura 2 anni
  • Profilassi antimalarica, che in realtà non è un vaccino, si prende in pillole per la durata del viaggio fino a una settimana dopo il rientro
  • Epatite A e B, fatte in realtà qualche anno prima del viaggio per motivi diversi
  • Febbre gialla, che non risulta fra le vaccinazioni consigliate, ma è obbligatoria per chi arriva da aree a rischio (io l’ho fatta soprattutto in vista di altre occasioni)

Naturalmente, abbiamo anche stipulato una polizza assicurativa che ci coprisse, fra le altre eventualità, in caso di malattia e infortunio.

Itinerario in breve (5 giorni)

Il nostro Safari ha avuto la durata complessiva di 5 giorni, calcolati dal momento dell’atterraggio in Tanzania fino al volo per Zanzibar. Per visitare i parchi è necessario affidarsi ad un’agenzia locale, che provvede a tutto il necessario, dal pernottamento ai pasti, oltre a trasporto e guida (in realtà da quanto ci ha detto la nostra guida si può fare qualcosa anche in autonomia, ma se non siete veramente esperti vi sconsiglio con tutto me stesso anche solo di pensarci). Dopo aver confrontato vari preventivi di diverse agenzie, che comunque chiedevano grossomodo la stessa cifra, abbiamo deciso di affidarci a Kiboko Safari, nella quale lavora una ragazza italiana espatriata che ci ha aiutato molto gentilmente a definire bene le varie tappe, considerando i nostri vincoli temporali, come al solito stringenti. La nostra selezione dei parchi è ricaduta su Ngorongoro, Serengeti e Manyara. Non abbiamo incluso il Tarangire, oltre che per motivi di tempo e costo, anche perché da diverse fonti ci sembrava aggiungere poco al resto, per quello che ci interessava (ma sono sicuro sia anch’esso bellissimo). Ci sarebbe piaciuto inoltre vedere da vicino anche il Kilimangiaro, ma abbiamo seguito il suggerimento dell’agenzia locale, secondo cui avrebbe poco senso prevedere la visita senza considerare di fare qualche giorno di trekking (fra l’altro, anche perché il costo sarebbe spropositato), cosa per noi impraticabile. Di seguito la sintesi dell’itinerario.

DayLuoghi visitatiNote
1ArushaArrivo a JRO in mattinata. Notte a Ngorongoro
2NgorongoroNotte in Serengeti
3SerengetiNotte in Serengeti
4SerengetiNotte in Serengeti
5ManyaraVolo JRO-ZNZ in serata

Day 1: Arrivo in Tanzania e Arusha

Partiamo da Fiumicino in serata con Ethiopian Airlines, si vola di notte ed è previsto uno scalo di un paio d’ore ad Addis Abeba. La destinazione finale è l’aeroporto Kilimangiaro (JRO), da non confondere con quello di Arusha (ARK). L’aeroporto è così chiamato per la sua vicinanza al monte omonimo, che infatti si intravede durante il volo, in mezzo a uno spettacolo che già ci lascia immaginare il panorama che farà da sfondo alle nostre giornate nei parchi.

Dall’aereo si vede anche piuttosto bene il monte Meru, fra le cime più alte dell’Africa, che sovrasta la città di Arusha.

Monte Meru

Ci viene a prendere la nostra guida, Gift, un ragazzo piuttosto giovane dotato di una calma disarmante, che ci accompagnerà per tutto il Safari. Il primo giorno è essenzialmente dedicato al transfer alle porte di Ngorongoro, il primo parco che visiteremo. Durante il tragitto, iniziamo a vedere la povertà dilagante nei mercati sulla strada, nelle baracche in cui vive la gente e nei vestiti che indossano, mentre Gift ci spiega che lì si sta bene, perché c’è l’acqua e non c’è la guerra. Evitiamo di fotografare qualsiasi cosa, anche sotto consiglio di Gift, per rispetto della dignità delle persone. Arriviamo al nostro bellissimo lodge alle porte di Ngorongoro in serata.

Day 2: Ngorongoro crater

Iniziamo la nostra avventura nei parchi della Tanzania con quello che ha la maggiore concentrazione faunistica di tutto il paese, e che fra quelli che abbiamo visitato offre il panorama più pittoresco. Ngorongoro è uno dei crateri più grandi del mondo, con i suoi 19 km di diametro, al cui interno vive un’enorme varietà di specie animali, fra cui tutti i cosiddetti big 5 (leone, leopardo, rinoceronte, bufalo, elefante).

Noi non riusciremo a vedere i grandi felini, ma in compenso bufali, gnu, zebre, giraffe, elefanti, babbuini, fenicotteri e ippopotami a tonnellate. Gli animali tendono soprattutto a raggrupparsi intorno all’enorme lago in mezzo al cratere, che regala un paesaggio unico.

Uno degli aspetti che ci ha lasciato piacevolmente sorpresi, cosa confermata per tutto il Safari, è il livello di pulizia dei parchi e delle strutture in essi presenti. Ad esempio, nei bagni pubblici c’è sempre qualcuno piantato che pulisce dopo ogni accesso, e tutte le guide hanno molta cura nell’evitare di lasciare rifiuti in giro. Il mio ricordo dei bagni nei parchi dell’ovest degli Stati Uniti fortunatamente è molto lontano.

Ah, a proposito di bagni, potreste chiedervi cosa accada nel caso di necessità impellente in cui ci si trovi però distanti dalle strutture (cosa abituale). La risposta è “bush toilet”, ovvero in mezzo alla natura. La conseguenza naturale della risposta, tuttavia, è porvi una seconda domanda: sicuro che non sia pericoloso? Qui la risposta è “in teoria no”, visto che la guida sa, o dovrebbe sapere, dove fermarsi. Ma in teoria anche il comunismo funziona, direbbe Homer Simpson, quindi arriva la terza domanda: e se c’è un imprevisto? In questo caso, la risposta è che magari capirete perché, secondo un proverbio africano, chi ha visto un leone ruggire non corre allo stesso modo di chi lo ha soltanto sentito.

Vista panoramica da un “bush toilet”

Nel parco di Ngorongoro è presente anche un villaggio Masai, per cui chiediamo a Gift se sia possibile andare a visitarlo, venendo prontamente accontentati. Trascorriamo in quel villaggio qualche ora, che saranno le più belle del viaggio sotto vari punti di vista. I Masai sono una delle tante tribù presenti sul territorio africano che vive praticamente allo stato primitivo. Per poter visitare il villaggio, viene richiesto un contributo di 50€, che vengono utilizzati per aiutare i bambini a studiare. Veniamo accolti subito con una loro danza tipica, per poi essere condotti in mezzo al villaggio da un ragazzo di una ventina d’anni, che ci spiega in un discreto inglese come si vive lì. Le “case” sono delle piccolissime capanne che consistono in un agglomerato di sterpaglie tenute insieme da fango e sterco di animali, nelle quali dormono anche famiglie di 10 persone, tutte ammassate in uno spazio estremamente ristretto. Si vive essenzialmente di caccia e i bagni non esistono. Inutile dire che l’energia elettrica non è contemplata. Nel villaggio c’è anche un asilo, una piccola capanna senza sedie o tavoli di alcun genere, che visitiamo in un orario in cui troviamo anche la maestra con i bambini. Chiediamo il permesso di scattare qualche foto, che ci viene concesso senza problemi, mentre i bambini ci dedicano una canzoncina.

Al termine della visita, ci dirigiamo alle porte del Serengeti, dove passiamo la notte in un campo tendato. È presente un tendone in cui si cena, accanto al nostro. Sembra tutto estremamente sicuro, tuttavia ci raccomandano di arrivare al tendone (davvero a 10 metri dal nostro) facendoci scortare da un Masai, che richiamiamo con una torcia, perché non si sa mai. Trattandosi di un posto completamente immerso nella natura, ed essendo la tenda rialzata rispetto al terreno senza essere chiusa da sotto, chiedo alla guida se ci sia la possibilità di incontrare serpenti. La guida, dopo avermi informato che in quella zona ci sono tutte le specie più pericolose, mamba compresi, mi rassicura sul fatto che fino a lì non arrivino. Confesso che, prima di andare a dormire, uno sguardo sotto il letto non mi è sembrato comunque inopportuno.

Day 3: Serengeti

Ci risvegliamo dopo una notte in cui sentiamo russare per tutto il tempo, credendo fossero dei vicini di tenda molesti, ma scoprendo che in realtà si trattava solo di un branco di leoni appostati non troppo distanti da noi. È giorno, per cui non ci serve la scorta del Masai per percorrere i pochi metri che ci separano dal tendone in cui facciamo colazione, a base di frutta fresca (mango e papaia, che adoro), e pancake. Partiamo di buon mattino per visitare il parco, in cui resteremo per due giorni. Dato il poco tempo a disposizione e le enormi distanze, non riusciamo a spingerci fino al confine col Kenya per vedere la grande migrazione, ma restiamo comunque più che soddisfatti dalla natura che riusciamo ad ammirare.

Qui riusciamo a vedere tantissimi leoni, e per poco non assistiamo alla caccia di una leonessa a un gruppo di impala, che scappa via fiutandone l’arrivo. Prima della fuga, la guida ci fa notare come alcuni impala siano posizionati di vedetta in modo da segnalare al resto del gruppo eventuali pericoli in avvicinamento. È stato anche molto simpatico vedere due leonesse dormire sotto un albero teoricamente pensato come sito per picnic (per i leoni, evidentemente).

Proseguiamo vedendo ancora ippopotami (soprattutto sentendoli, visto l’odore terribile che si respira quando sono in prossimità), elefanti, giraffe e qualche coccodrillo. Pranziamo in compagnia di un leone che sbrana la sua preda appena conquistata (foto non mostrate perché non adatte ai deboli di cuore), momento di cui godo affascinato.

Riusciamo a scorgere anche un leopardo, appostato dormiente sul ramo di un albero.

Leopardo

Terminiamo la giornata rientrando in un secondo campo tendato, in cui ci fermiamo per la notte, accompagnati da uno spettacolare tramonto rosso fuoco. Ricordo che, come sempre, le foto sono prive di filtri.

Day 4: Serengeti

Il secondo giorno nel Serengeti inizia nuovamente abbastanza presto. Dopo un’oretta di giro in fuoristrada, ci sembra tutto un po’ ripetitivo rispetto a quanto già visto, tuttavia mentre stiamo quasi per dirigerci verso l’uscita del parco, ci imbattiamo in un gruppo di ghepardi, che aspettiamo pazientemente avvicinarsi seguendo il suggerimento della guida. Durante l’attesa, gli chiediamo se qualcuno degli animali possa salire sulla nostra auto, che ha il tetto semi aperto, ricevendo come risposta che può riuscirci proprio il ghepardo, ma che possiamo stare tranquilli perché si tratta di un animale amico. In effetti, i ghepardi si avvicinano, ed iniziano a giocare in mezzo alle auto, come se gradissero essere guardati.

Ci dirigiamo infine nel tardo pomeriggio alle porte del lago Manyara, che sarà l’ultima destinazione del nostro Safari, trascorrendo la notte in un bellissimo lodge.

Day 5: Manyara e transfer per Zanzibar

Ci risvegliamo di buon mattino perché ci attendono diversi chilometri di strada, fra visita del lago Manyara e arrivo in aeroporto. Il parco che include il lago Manyara si visita nel’arco di un paio d’ore. Ci sono solo due sentieri percorribili in auto, per cui si fa abbastanza velocemente. Questo è da tenere in considerazione quando si programma l’itinerario, visto che a noi era stato prospettato il doppio del tempo per la visita. Col senno del poi, non è da escludere che sarebbe stato più conveniente fare il giro al contrario (partendo quindi dal lago Manyara e terminando a Ngorongoro), permettendoci di risparmiare una notte (e il relativo costo, cosa non affatto trascurabile). Alla fine è andata comunque benissimo, infatti ci siamo goduti tutto con calma, ma forse il tempo si sarebbe potuto gestire meglio.

Nonostante le ridotte dimensioni, il lago Manyara è uno dei pochissimi luoghi nel mondo ad ospitare le scimmie blu, oltre ai leoni che riescono a salire sugli alberi (contrariamente a quanto accade di solito), capacità che pare abbiano sviluppato per proteggersi dagli insetti. Il paesaggio è decisamente diverso rispetto a Ngorongoro e Serengeti, meno pittoresco ma comunque molto suggestivo.

Terminata la visita al lago, ci dirigiamo verso l’aeroporto, per il nostro volo diretto a Zanzibar, dove arriviamo in serata.

Conclusioni

Ho visitato almeno un paese in tutti i continenti e ciascuno di essi mi ha lasciato qualcosa che custodisco gelosamente fra i miei ricordi. Ho visto tanti luoghi meravigliosi (e tanti ne ho ancora da vedere), e probabilmente la Tanzania non è il più bello dal punto di vista paesaggistico, sebbene di notevolissima fattura. Eppure, se dovessi scegliere i cosiddetti viaggi della vita, fra quelli che ho fatto, non esiterei a mettere questo quanto meno sul podio. Non so se il mal d’Africa esista veramente, ma il distacco fra la realtà alla quale siamo abituati e quella che ho vissuto lì è difficile da spiegare a chi non ha avuto (ancora) la mia stessa fortuna di affrontare un viaggio del genere. Non vi tedio però con le mie speculazioni filosofiche, mi limito invece a cercare di darvi ancora qualche informazione utile. Parto dalla mia immancabile classifica dei momenti più rilevanti:

  1. Il villaggio Masai, sicuramente la parte più sbalorditiva ed emozionante, soprattutto per il contatto con la popolazione e il fascino di una cultura estremamente distante da quella occidentale
  2. Nogorongoro Crater, il parco più pittoresco, con paesaggi bellissimi e una concentrazione faunistica incredibile
  3. Il pranzo nel Serengeti, gustato mentre a pochi metri da noi un leone sbranava con molto gusto la sua preda

Proseguo con la parte critica, ovvero i cash. Sicuramente avrete sentito dire che i Safari costano molto. Temo purtroppo di dover confermare questa diceria, particolarmente valida per la Tanzania. Si può sicuramente risparmiare qualcosa dividendo i costi con un gruppo più numeroso rispetto a noi, che eravamo solo in due, oppure optando per sistemazioni in campeggio, ma comunque non più di tanto. Noi abbiamo scelto di alloggiare in lodge medi (che erano bellissimi) e campi tendati (tende di lusso, per me che vengo dal mondo scout), spendendo intorno ai 1900€ a persona, tutto incluso. Sfortunatamente, la cifra è veramente alta se non si viaggia con un gruppo numeroso.

Vi lascio con un’ultima citazione, che prendo in prestito dal riadattamento di un proverbio africano per la commedia italiana, per ricordarvi che, “ogni giorno, in Africa, una gazzella… muore”.

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