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Death Valley e Nevada

Vivere ardendo e non bruciarsi mai.”

G. D’Annunzio

Indice

Introduzione

L’aforisma di D’Annunzio con cui ho introdotto l’articolo che state leggendo è uno dei tanti che sintetizzano molto bene il mood con cui vivo i miei viaggi, e più in generale quello con cui provo, spesso in vano, a vivere la mia vita. Ardere senza bruciarsi, metafora di vita che va oltre la semplice esistenza, simbolo dell’intensità con cui dovremmo trascorrere ogni secondo in cui il dono di vivere ci è concesso, cercando l’immensità e l’infinito nella consapevolezza dei nostri limiti, volando pur senza staccare i piedi da terra.

Ci sono dei momenti della vita in cui ci si sente ardere in modo particolare. I più romantici penseranno al momento in cui ci si innamora (e in fin dei conti, come dar loro torto?), i cinefili a David Lynch, gli storici a Giovanna d’Arco. In veste di viaggiatore amante della natura, categoria alla quale appartengo, penso più modestamente ai luoghi più caldi mai visitati.

Pur essendo stato in Dancalia, ovvero la regione mediamente più calda del mondo, ed essendo originario della Calabria, che in estate può diventare più cocente del sole stesso, il mio corpo ha percepito le temperature più alte dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, più precisamente nella Death Valley californiana e nella Valley of Fire, in Nevada.

C’è da dire che sia stata soprattutto colpa mia (e delle mie simpaticissime compagne di viaggio). Probabilmente, infatti, la scelta di visitare i parchi USA nel mese di luglio non è stata propriamente felice. Per un viaggio fra i parchi dell’ovest USA, consiglierei caldamente (mai avverbio fu più appropriato) di optare per le mezze stagioni, in modo da trovare temperature decisamente più sopportabili, minimizzando al contempo le probabilità di precipitazioni. Peccato che per noi, all’epoca dei fatti, questa opzione non fosse percorribile.

Oltre al caldo inteso in senso strettamente termico, non si può che definire calda la città di Las Vegas, non solo perché sorge in mezzo al deserto, ma soprattutto per la sua vivacità, che la rende una delle attrazioni turistiche più gettonate degli Stati Uniti.

Sudate insieme a me mentre vi racconto questa meravigliosa parte del mio viaggio nei parchi dell’ovest USA!

Itinerario in breve

La Death Valley e la Valley of Fire sono state le due tappe del viaggio on the road nei parchi USA che hanno maggiormente superato le mie aspettative (sebbene non siano le tappe che abbia preferito in generale). Arrivando dai parchi Yosemite e Sequoia, la Death Valley è l’ultimo parco californiano in cui ci si imbatte proseguendo verso est, prima di entrare in Nevada. Si tratta di un parco piuttosto grande, in cui si possono percorrere centinaia di chilometri in mezzo al deserto, senza incontrare neanche un’auto.

L’attrazione più nota del Nevada è sicuramente Las Vegas, a pochi chilometri dalla quale è situata, fra le altre, la Valley of Fire, parco generalmente non molto considerato negli itinerari più classici. Pur essendo il Nevada ricchissimo di punti di interesse, fra cui sono da menzionare la Hoover Dam, ovvero la diga probabilmente più famosa del mondo, il Black Rock Desert e il Great Basin National Park, abbiamo dedicato al Nevada solo una giornata, non volendo sacrificare tempo alle tappe successive, previste in Utah e Arizona.  Di seguito il recap delle nostre due giornate fra Death Valley e Nevada.

DayLocationNoteMappa
1Death Valley National ParkNotte a PahrumpDeath Valley
2Zabriskie point, Valley of Fire e Las VegasNotte a Las VegasDa Zabriskie point a Las Vegas
Valley of Fire

Day 1: Death Valley

Da un certo punto di vista, la visita della Death Valley è piuttosto semplice. Non ci sono infatti sentieri impegnativi da affrontare a piedi, o altre cose che richiedano particolare impegno fisico. I punti di maggiore interesse si trovano nelle vicinanze dei parcheggi, ai quali si arriva facilmente, considerato che il manto stradale è generalmente in buone condizioni (a parte in alcuni punti precisi, come scriverò nel seguito dell’articolo). Il vero problema, come potrete immaginare, è legato alle temperature folli che si possono raggiungere in determinati periodi e che rendono impraticabile qualsiasi attività fisica più complessa della respirazione a riposo. Non a caso, la Death Valley è considerato uno dei luoghi più caldi del mondo, e in particolare quello in cui si sono registrate le temperature record, superiori a 50 gradi. Diciamo che visitare il parco in estate, come abbiamo fatto noi, non è esattamente una genialata, ma se non si può fare altrimenti almeno si può contare sull’aria condizionata per sopravvivere.

Dato che ci aspettano diversi chilometri, partiamo di buon mattino dal nostro alloggio di Tulare, in cui avevamo pernottato la sera precedente, dopo la visita al Sequoia National Park. La strada che conduce dal Sequoia National Park alla Death Valley è molto lunga, arriviamo infatti alle porte del parco dopo circa 6 ore di auto. Man mano che ci si avvicina a destinazione, la strada diventa sempre più desertica, ed è importante fare rifornimento ogni volta che si riesce, onde evitare di rischiare seriamente di rimanere senza benzina. Per tutto il nostro viaggio on the road abbiamo adottato la strategia di fare rifornimento quando si arrivava a metà serbatoio, eppure alla Death Valley ci è capitato di arrivare in riserva, per la carenza di distributori.

Si può accedere al parco da diverse entrate, l’ingresso costa 25 USD per auto. Il primo punto che vogliamo raggiungere è Racetrack Playa, un lago asciutto noto per le moving rocks, delle rocce erose dai monti circostanti che tendono ad arrivare sulla superficie del lago. A differenza di quanto accade nel resto del parco, il tratto di strada da percorrere per arrivare è particolarmente difficile, peraltro non passa un’anima neanche per sbaglio. Seguendo le indicazioni di Google Maps, con una connessione non sempre funzionante in quella zona, arriviamo fino a una collinetta franata, che ci costringe a tornare indietro e rinunciare alla visita, anche perché sulla mappa non siamo riusciti a trovare strade alternative.

Nonostante la delusione, devo dire che la fatica non è stata vana, infatti il paesaggio che fa da sfondo a questo tratto di strada è veramente spettacolare. Scendendo dall’auto per sgranchirci un po’, respiriamo l’aridità della zona, e ci imbattiamo anche in dei cadaveri di piccoli e tenerissimi serpenti a sonagli in essiccazione.

Battiamo quindi in ritirata e ci dirigiamo verso i punti più importanti del parco, o almeno quelli più facilmente raggiungibili.

Iniziamo dalle Mesquite Flat Sand Dunes, delle bellissime dune di sabbia, tipiche dei paesaggi desertici. Le dune si vedono dalla strada, ci sono cartelli che segnalano il pericolo di caldo estremo, per cui evitiamo di addentrarci nella sabbia. Il paesaggio è davvero meraviglioso ed è molto suggestivo il fatto che le dune si trovino ai piedi delle montagne circostanti. Ci fermiamo qui davvero per pochi minuti, siamo infatti vicini a ora di pranzo e le temperature sono assolutamente insopportabili.

La tappa successiva è Furnace Creek, il visitor center, in cui ci fermiamo anche per una sosta bagno, esperienza che menziono solo per dire che trovare dei bagni nella Death Valley non è affatto scontato. All’ingresso del visitor center è presente il famoso termometro gigante che registra le temperature estreme del parco. Tutto sommato a noi va bene, in quel momento ci sono solo 47 gradi (temperatura che in fin dei conti è stata raggiunta qualche anno fa anche in Calabria).

Furnace creek

Usciti dal visitor center, ci dirigiamo verso il Bacino di Badwater, che con i suoi 86 metri sotto il livello del mare costituisce il punto più basso del Nord America, oltre che degli Stati Uniti. L’acqua è completamente evaporata, cosa che permette di vedere una vasta distesa di cristalli di sale. È presente una pedana su cui è possibile camminare per osservare il paesaggio, ma naturalmente è proibito mettere piede sulla distesa.

Nei pressi del Bacino di Badwater, è assolutamente da non perdere, inoltre, Dante’s view, punto panoramico che affaccia sul bacino.

Terminata la visita al Bacino di Badwater, percorriamo quello che personalmente considero come il migliore tratto di strada della Death Valley, che ci permette di raggiungere Artist’s Palette. Si tratta di un complesso roccioso estremamente pittoresco (da cui il nome), grazie ai colori delle rocce derivanti dei depositi di diversi metalli successivamente ad attività vulcaniche.

A questo punto siamo vicini al tramonto, per cui ci incamminiamo verso Pahrump, piccola località in cui passiamo la notte, riuscendo a fare anche rifornimento in extremis (eravamo al limite della riserva). A proposito di carburante, da segnalare che nella Death Valley il costo era il quadruplo di quello medio.

Day 2: Zabriskie point, Valley of Fire e Las Vegas

Zabriskie Point

Ci svegliamo presto per visitare l’attrazione più iconica della Death Valley: Zabriskie Point. Si tratta di un complesso di insenature, dune e rocce dalle varie sfumature di giallo, che danno vita a uno scenario surreale. Il paesaggio deriva dai sedimenti di un lago prosciugatosi, a quanto pare, oltre 5 milioni di anni fa. Il nome di questa attrazione della Death Valley proviene da quello del manager di una importante compagnia di estrazione di minerali, ma la sua fama è legata anche al film di Michelangelo Antonioni del 1970, intitolato per l’appunto “Zabriskie point”.

Il momento migliore per vedere lo splendido panorama di Zabriskie point è l’alba, che ci godiamo in compagnia di pochissime altre persone. Anche a quell’ora, la temperatura è molto elevata.

Valley of Fire

Salutiamo a questo punto la California per giungere in Nevada. Prima destinazione la Valley of Fire, che raggiungiamo in circa 2 ore e mezza di strada. La valle si chiama così per le sfumature di colore rosso intenso del paesaggio, che ricorda molto il Red Center australiano, ma onestamente il nome sembra più azzeccato per la sensazione di morire carbonizzati appena si apre lo sportello per scendere dall’auto, visto il caldo intensissimo.

Come la Death Valley, anche la Valley of Fire si può visitare prevalentemente in auto, fermandosi nei punti più caratteristici, o al limite imboccando qualche brevissimo sentiero per arrivarci. Il parco non è molto visitato, infatti quel giorno non vediamo altre auto oltre la nostra. Si visita comunque tranquillamente in qualche ora, l’ingresso costa 15 USD.

All’interno del parco sono presenti essenzialmente due strade, ovvero la Valley of Fire Highway e la Mouse’s Tank Road. Poiché abbiamo tempo a sufficienza, decidiamo di percorrerle entrambe.

I punti principali della Valley of Fire Highway sono, in ordine sparso:

  • Le Seven Sisters, ovvero 7 rocce dalla morfologia simile, che spiccano dal deserto
  • Elephant Rock, la cui forma, come suggerisce il nome, ricorda quella di un elefante
  • Atlatl Rock, su cui sono presenti delle incisioni risalenti ai nativi americani e da cui si può apprezzare un panorama stupendo
  • Arch Rock, una roccia a forma di arco
  • Le Beehives, delle rocce bucherellate che ricordano la forma degli alveari

Le attrazioni a mio avviso più suggestive della Valley of Fire si trovano però sulla Mouse’s Tank Road:

  • Il Fire Canyon, che presenta delle rocce di un colore rosso fuoco intensissimo
  • Rainbow Valley, una strada panoramica immersa in un paesaggio roccioso dai colori incredibili
  • Balanced Rock, formazioni rocciose che sembrano essere disposte in equilibrio precario.

Las Vegas

La visita della Valley of Fire prende in totale circa mezza giornata. Arriviamo quindi intorno all’imbrunire a Las Vegas, che raggiungiamo in meno di un’ora.

Devo dire che Las Vegas non era una tappa fra quelle di nostro maggiore interesse, ma essendo di passaggio non c’era motivo per fermarsi a dormire altrove, anche perché nelle vicinanze non c’è molto, e in più il costo degli hotel è mediamente basso. E in ogni caso, la curiosità di capire perché una città del genere sia così famosa era altissima.

Dopo aver preso possesso del nostro alloggio, iniziamo a girare in modo random per la famosa Strip, fra gli hotel più importanti, i locali e i vari spettacoli. Ci intratteniamo un po’ nella zona degli hotel più famosi, fra cui il Bellagio e il Caesar Palace, soffermandoci sullo spettacolo delle fontane al primo e osservando il bellissimo soffitto del secondo. Dopo di chè… direi che può bastare. Qualcuno mi lincerà, ma onestamente Las Vegas non mi è piaciuta. Oltre che estremamente turistica, non sono riuscito a trovare qualcosa che corrisponda minimamente alla mia idea di bellezza. Sicuramente è una città in cui è facile divertirsi, ma in generale mi è sembrata finta ed estremamente “pacchiana”. Ma forse è anche in questo che risiede la sua peculiarità. Insieme a Los Angeles, sicuramente la meta del viaggio che mi è entrata meno nel cuore.

Passiamo comunque una bella serata, accompagnati dall’abbigliamento trash della gente, dagli spettacoli dei vari hotel, dai giochi di luci eccentrici e del caos che regna in generale sovrano.

Il giorno successivo, partiamo presto in direzione dello Zion National Park. Ma di questo racconterò in altri articoli.

Conclusioni

La Death Valley è senza dubbio il parco della California che mi è piaciuto maggiormente. In molti itinerari che avevo consultato nell’ottica di pianificare il mio, e anche dopo aver visitato il parco, ho avuto l’impressione che si trattasse di una meta poco gettonata. Non so se sia effettivamente così (in fondo sono passati anche un po’ di anni nel frattempo), ma faticherei a crederlo. I paesaggi sono davvero stupendi e variegati, assolutamente imperdibili nonostante le temperature estreme da sopportare contestualmente.

Dovendo scegliere la mia top 3 della Death Valley, direi:

  1. Zabriskie Point, senza dubbio il punto più affascinante del parco
  2. Artist’s Palette, per i colori bellissimi che si alternano nel paesaggio montuoso
  3. Badwater Basin, per la sua caratteristica morfologia

Se sulla Death Valley ho il dubbio che sia un po’ fuori dagli itinerari classici, non ho invece dubbi sulla Valley of Fire, e il fatto mi rende un po’ perplesso. Oltre ad essere infatti bellissimo, si tratta di un parco che definirei “facile” da visitare, per via delle uniche due strade in esso presenti, peraltro in ottime condizioni, oltre che per la breve distanza che lo separa da Las Vegas.

Le attrazioni a mio avviso migliori sono sulla Mouse’s Tank Road, ma anche la Highway road merita considerevolmente. In particolare, il mio personalissimo medagliere è così composto:

  1. Oro alla Valley of Rainbow, per i colori incredibili del paesaggio roccioso
  2. Argento al Fire Canyon, per le sfumature di rosso delle rocce, che passano dal tenue all’acceso
  3. Bronzo al panorama da Atlatl Rock

In merito a Las Vegas, faccio fatica a stilare una classifica delle cose più belle. Per la mia idea di bellezza, strettamente legata all’arte per quanto concerne le città, l’unica attrazione degna di nota è il soffitto di uno degli hotel più rinomati, opera di un artista contemporaneo. Per il resto, definirei la città come sgargiante, pittoresca, colorata, divertente, ma non esattamente bella. Credo che Las Vegas sia più che altro un esempio di come, con un po’ di talento, si possa creare ricchezza dal nulla (in questo negli Stati Uniti sono dei maestri da cui abbiamo molto da imparare) e di come, spesso, la fama possa superare di gran lunga il merito.

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